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Chiunque abbia visto qualche film del terrore con al centro una costruzione abitata da sinistre presenze si sarà trovato a chiedersi almeno una volta perché le vittime di turno (giovani coppie, gruppi di studenti, scrittori alla vana ricerca di ispirazione) non optino, prima che sia troppo tardi, per la soluzione più semplice – e cioè non escano dalla stessa porta dalla quale sono entrati, allontanandosi senza voltarsi indietro. Bene, a tale domanda, meno oziosa di quanto potrebbe parere, questo romanzo di Shirley Jackson – il suo più noto – fornisce una risposta, forse la prima. Non è infatti la fragile, sola, indifesa Eleanor Vance a scegliere la Casa, dilatando l’esperimento paranormale in cui l’ha coinvolta l’inquietante professor Montague molto oltre i suoi presunti limiti. È piuttosto la Casa – con la sua torre buia, le porte che sembrano aprirsi da sole, le improvvise folate di gelo – a scegliere, per sempre, Eleanor Vance. E a imprigionare insieme a lei il lettore, che tenterà invano di fuggire da una costruzione romanzesca senza crepe, in cui – come ha scritto il più celebre discepolo della Jackson, Stephen King – «ogni svolta porta dritta in un vicolo buio».
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Forse ho iniziato questo libro con i presupposti sbagliati, mi aspettavo un romanzo pieno di mistero e magari un po' di violenza. Invece ho avuto 4 tizi in giro per una casa "posseduta" che passano il tempo a prendere in giro la domestica, a fumare, ridere, aprire e chiudere porte e poi litigare fra loro.
L'intera azione dura una settimana e succede qualcosa solo verso la fine, quando arriva la moglie del professore (personaggio che ha risollevato le sorti della situazione).
Alla fine si tratta del racconto di come, cercando di comprendere il fenomeno della casa posseduta, la povera Eleanor sia rimasta vittima della possessione.
Avrei preferito avere una spinta maggiore su questo aspetto, un po' più di dettagli, una discesa nella pazzia un po' più lunga.
Un po' delusa sinceramente.